Un reportage sulla Via Vandelli
Nel 1700 l’abate ingegnere Domenico Vandelli progettò e diresse i lavori di costruzione della via che porta il suo nome e che collegava il Ducato di Modena con Massa. Non era una via religiosa, ma commerciale e bellica. Quella via, subito dopo la sua costruzione, durata dieci anni, fu abbandonata. Il povero abate si suicidò, sancendo così in maniera tragica il fallimento del progetto. Ho percorso questa strada, che originariamente si snodava per circa centocinquanta chilometri, da Sassuolo a Massa, scavalcando l’Appenino modenese e le Apuane, in bicicletta, per provare a cercarne le cause e forse qualche motivo reale c’era davvero. Provate a immaginare i mezzi dell’epoca, per lo più carri trainati da buoi o cavalli, percorrerne i famosi lastricati di sasso su pendenze che oggi verrebbero superate a fatica da fuoristrada con la ridotta innestata! Oppure, in pieno sole estivo, su un versante sassoso ed ostile come quello delle Apuane, trovarsi improvvisamente in difficoltà per una ruota danneggiata e non poter andare né avanti né indietro senza avere spazio per la riparazione, pena precipitare nel vuoto! Oppure, d’inverno, anche con un buon resistente mulo, in piena bufera nel tratto appenninico, senza alcun ricovero, senza stazioni di posta… Insomma un progetto folle, realizzato evidentemente senza alcuna pratica del movimento merci dell’epoca. Tantevvero che la gente di allora, molto concretamente, decise per la morte della strada. Bella differenza rispetto alle strade costruite dagli antichi romani, verrebbe da dire. Che cosa resta oggi di quella via abbandonata per evidente inutilità? Oggi la via Vandelli è di fatto un concetto astratto. Se ne parla, sono reperibili mappe piuttosto generiche che tracciano l’antico percorso o qualche rara guida (fatta per lo più dalle amministrazioni locali), sono presenti siti Internet più o meno attendibili, ma nella mia esperienza è più un richiamo per le allodole che un fatto concreto. Basti pensare che sui chilometri originari (oggi diventati circa duecento tra deviazioni, variazioni, reinvenzioni: sono passati trecento anni! ) grosso modo una decina sono segnati in modo preciso e concreto: per il resto, occorre avere intuito, attendere qualcuno a cui chiedere o, in molti casi, ritornare sui propri passi, un po’ come una caccia al tesoro. Spirito d’avventura con dispendio di energie e di tempo, in un paesaggio troppo spesso privo di particolari emergenze. E se vogliamo usare la bicicletta? Intanto serve una mountain-bike e non qualche altro tipo; i saliscendi sono tanti e duri (il dislivello complessivo si aggira intorno agli 11.500 m!!!); si incontrano sterrati, strade di sabbia, carrarecce non più in uso, asfalto, lastricato di pietra, certamente non adatti a ruote normali. Dico subito che sulle Apuane, il tratto più ambito, ovvero il famigerato percorso che da Vagli di Sopra giunge a Resceto (o viceversa venendo da Massa) valicando il passo della Tambura, equivale a scalare la Pietra di Bismantova con la bici in spalla. Nessuno lo vieta, ma non ha alcun senso. Oltrettutto, per via di frane abbastanza recenti, sono presenti tratti esposti che vanno percorsi con la massima attenzione, ovviamente bici a mano e passo fermo (PS ho segnalato queste cose ai gestori dei punti di sosta che ho utilizzato ed ho scoperto che in termini di conoscenza sullo stato reale delle cose si è fermi – come nel caso del percorso Apuane lato ovest – a dieci anni prima, ma da allora non sono più state fatte manutenzioni…). In conclusione, mia personale opinione, la via Vandelli, allo stato, non merita grande attenzione: d’altronde l’avevano già capito trecento anni fa, a ragion veduta. Se la si vuole “riscoprire” per davvero occorre in primis uno sforzo reale da parte di tutte le amministrazioni comunali interessate, e non sono poche, almeno per segnalare in modo efficace ciò che di essa resta. Eppoi, non ultimo ma non poco costoso, occorre ripristinarne il tragitto originario almeno dove possibile. Ne vale la pena? Comunque, nel caso, buon viaggio!.
Domenico Giannantonio
Dati organizzazione:
Prima tappa: partenza da RE il 25/07/2010 alle h 6. Arrivo a Lama Mocogno, h 15. Alloggio hotel Cimone
Seconda tappa: p da Lama Mocogno alle h 6.15; innestata Via Vandelli in località La Santona; arrivo a Vagli di Sotto h. 16.15; alloggio Albergo Le Alpi.
Terza ed ultima tappa,. 27/07: p da Vagli di Sotto, h 6; valicato passo Tambura h 11.00; sosta a rifugio Nello Conti; arrivo a Resceto ore 14.30 (bici sempre a mano); a a MS h15.15; ritorno a RE tramite treni regionali, arrivo h 19.15.
Utilizzata MTB GT Karakoram Elite (non ammortizzata), adattata con borse porta oggetti posteriore, per essere autonomi. Dotazione di borracce su telaio per 1.75 lt di liquidi (acqua e reintegratore salino separati). Pomodori + carboidrati di giorno, proteine alla sera. Adottate scarpe alte da mtb non locked con carrarmato Vibram (indispensabile per percorso montano: vipere!!!); pantaloni da ciclista e maglietta traspirante su canottiera in materiale tecnico (tempo pedalata media ca 8 ore nei primi due giorni).
Cartine: Alpi Apuane 1:50000 / 1:25000 Ed. Meridiana Montagne; carta dei sentieri Lama Mocogno 1:25.000; fotocopie di Guida Verde alle vie storiche (ed. 1999) praticamente inutile in quanto riporta dettagli di dieci anni fa, spesso non più presenti.
Note sul percorso: il tratto emiliano è abbastanza facile a parte i continui dislivelli che mettono a dura prova gambe e fiato; non è mai segnato quindi bisogna arrivare a Lama Mocogno spesso fortunosamente. Segnalo il tratto che va da Monzone, dopo il Castello di Montecuccoli, al Ponte del Diavolo. E’ facile sbagliare strada in quanto segnaletiche non sempre presenti quando servono… L’unico tratto ben segnato va da La Santona -. dove consiglio l’attacco partiti da Lama – al passo di Centocroci; dopodichè intuito e buona fortuna; quando si arriverà a La Fabbrica, una buona sosta alla fontana. Da lì in poi, fino a S. Pellegrino, si va su e basta (occhio ai segnali improvvisi). Da S. Pellegrino, consiglio di raggiungere Vagli su asfalto, passando per Pontecosi. La vecchia via, anche a detta di un pastore con il quale ho parlato, è di difficile reperimento ed è facile sbagliarsi.
Attenzione: il tratto apuano non è fatto per MTB; anche i mtbiker più estremi troveranno un percorso di andata completamente impedalabile (ca 1000 mt di dislivello dal non agevole attacco del sentiero 35 in Valle Arnetola fino al passo Tambura (finestra Vandelli, 1620 m) per passaggi nella faggeta su sentiero a forte pendenza (bici da tirare su), carrareccia con fondo distrutto (prevalentemente sassi di marmo e brecce instabili), infine, in quota, sentiero tipico montano, a forte pendenza su tratto erboso. Ristora un po’ la bella vista sull’appennino tosco emiliano, Cusna e Cimone!!!; nelle orecchie il continuo rumore delle cave di marmo sulla montagna di fronte (se giorno feriale). Una volta svalicati, il tratto dalla finestra Vandelli al rifugio Conti è praticabile solo a piedi, prestando attenzione a passaggi esposti su profondi canaloni (ci sono state frane recenti che hanno reso difficili alcuni di questi). Facile il tratto per il rifugio Conti (bici in spalla). Dal Rif. Conti a Resceto, la strada è molto insidiosa, non essendo più stabile come era 10 anni fa quando è stata restaurata; dove pedalabile, la traiettoria della bici è continuamente deviata dalla presenza di sassi mobili instabili; prestare mola attenzione in quanto le curve sono strettissime e a strapiombo sui canaloni laterali; arrivati in fondo, dopo il ponte di ferro (sarebbe da risistemare!), alla Casina Bianca, la strada fino all’asfalto di Resceto di fatto non esiste più in quanto portata via dalle piogge. Dopodichè tutto asfalto fino a MS.